Se il lavoratore insulta il proprio capo, è sempre immediatamente licenziabile?

 Se il lavoratore insulta il proprio capo, è sempre immediatamente licenziabile?
licenziato(3)
[dropcap]N[/dropcap]on è raro che si venga a sapere di situazioni in cui un dipendente sbotti e, conseguentemente, si lasci andare ad espressioni più o meno gravi verso il proprio responsabile.

Normalmente si pensa che basti “una parolina di troppo” a far scattare il licenziamento, ma in realtà non funziona proprio in questo modo.

Giusto o sbagliato che sia, bisogna anche valutare l’espressione irriguardosa e la circostanza in cui essa è stata pronunciata.

È chiaro che se il dipendente assume un atteggiamento eclatante con urla strepiti e quant’altro, non c’è questione. Ma se il medesimo si lascia andare ad un’espressione per così dire forte, nell’ambito di una discussione accesa ma civile, le cose cambiano.

I giudici di tutta Italia tendono ad applicare il più possibile molte “attenuanti” ai lavoratori, proprio perché ritengono che in situazioni stressanti come quelle in cui si rischia di perdere il lavoro, si possa perdere molto più facilmente il controllo, soprattutto da parte di soggetti culturalmente meno preparati.

Inoltre, e su ciò si può facilmente essere d’accordo, i Magistrati valutano molto negativamente vicende in cui l’insubordinazione del dipendente appare un “escamotage” per potersi liberare del medesimo in tutta fretta o in cui il lavoratore risulta essere stato chiaramente provocato ed indirizzato ad una reazione troppo vivace.

licenziato(2)Infatti, non è licenziabile il dipendente che offende il capo, se tale condotta, seppur «spiacevole e inopportuna» non è di «una tale gravità da poter compromettere il rapporto fiduciario tra le parti». Lo afferma la Cassazione (sentenza 10426/12) confermando la decisione della Corte d’appello dell’Aquila che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento di un uomo, accusato di aver rivolto una frase irriguardosa ad un suo superiore.

Il caso: era stata solo una «intemperanza verbale» senza altri comportamenti «scorretti, inidonea a dimostrare una volontà di insubordinazione o di aperta insofferenza nei confronti del potere disciplinare e organizzativo del datore di lavoro», quindi la condotta «ben poteva essere sanzionata con una misura non a carattere espulsivo». La frase «era stata pronunciata in un contesto non di contrapposizione, ed era stata preceduta da affermazioni di ordine scherzoso» e le parole ingiuriose non erano, secondo la ricostruzione dei giudici, rivolte direttamente al superiore «che distava circa 15 metri».

La lite giudiziaria era scaturita soprattutto dal fatto che l’offesa aveva urtato il capoufficio in quanto donna. Però la Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda. La contrattazione collettiva «prevede come sanzione il recesso solo se il diverbio litigioso è seguito dal ricorso a vie di fatto, nel recinto dello stabilimento e che rechi grave pregiudizio alla vita aziendale».

L’episodio, secondo i Giudici della Suprema Corte, «rimasto nei limiti di una intemperanza verbale» è «stigmatizzabile», ma non meritevole di licenziamento.

In definitiva, con i licenziamenti disciplinari bisogna sempre andare cauti. Anche casi apparentemente “semplici” possono nascondere insidie e risvolti che, se non valutati nella maniera corretta, possono causare seri problemi sia alle aziende che, di conseguenza, anche ai lavoratori stessi.

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Ettore Pietro Silva

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