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Se un lavoratore veneto produce 2.000 euro di più che nel resto d’Italia ma 10.000 in meno di un francese. Confapi: “Mettiamo la produttività al centro del dibattito pubblico”

Un lavoratore italiano produce in media 62.438 euro di ricchezza l’anno, contro i 68.904 di un tedesco e i 74.169 di un francese. E questo nonostante nel nostro Paese la media delle ore lavorate sia superiore a quella degli altri principali Stati dell’Unione Europea. E in Veneto? Va meglio rispetto al dato nazionale, con una media di 64.641 euro di valore aggiunto a lavoratore, ma siamo ancora lontani da quelli che dovrebbero essere i principali competitors. Fabbrica Padova centro studi di Confapi, ha analizzato quella che in termine tecnico si definisce come “produttività del lavoro”, anche alla luce del drastico calo nella produzione industriale certificato dall’ultimo bollettino dell’Istat (in dicembre la produzione industriale è calata del 2,7% rispetto a novembre e del 4,3% rispetto a un anno prima). Come si arriva a queste cifre? Dividendo il valore aggiunto prodotto in totale per il numero degli occupati. Ma perché il valore aggiunto è così importante? Perché dà la misura di quanto l’“azienda Italia” sappia generare utili e quindi sia, in un certo senso, appetibile nel mercato. E proprio dal confronto con le altre principali economie europee emerge come l’Italia presenti una strutturale difficoltà nel crescere e creare ricchezza.

Nel 2018, in Italia, per produrre 1.583 miliardi e 387 milioni di euro di valore aggiunto sono state occupate 25 milioni e 358 mila persone, con una media, appunto, di 62.438 euro prodotti da ciascuno. La crescita del valore aggiunto, rispetto all’anno precedente, è stata appena dello 0,03%. Il dato Veneto (64.641 euro) è migliore, con una crescita rispetto al 2017 dell’1,27%, e un valore aggiunto complessivo di 146 miliardi e 70 milioni di euro da dividere per 2 milioni e 259 mila lavoratori. In Germania, 44,8 milioni di occupati hanno prodotto 3.053 miliardi di valore aggiunto, con una produttività media pari a 68.904 euro. Domina la Francia: 28,2 milioni di occupati hanno prodotto 2.089 miliardi di ricchezza, ne consegue che ogni lavoratore transalpino è stato in grado di generare 74.169 euro di valore. Più in basso la Spagna: con un dato medio pari a 54.805 euro, i 19,9 milioni di occupati nel 2018 hanno generato 1.092 miliardi di valore aggiunto. Il minore valore aggiunto prodotto in Italia si associa, inoltre, a un maggior numero di ore lavorate: nel 2018 ogni occupato ha lavorato in media 1.723 ore, contro le 1.701 della Spagna, le 1.520 della Francia e le 1.363 della Germania. Sulle potenzialità di crescita dell’economia italiana pesa, evidentemente, un più basso livello del valore aggiunto per ora lavorata. I poco più di 62 mila euro di valore aggiunto per occupato raggiunti dall’Italia sono il risultato di profonde differenze a livello territoriale. Si va, infatti, dai 71 mila della Lombardia per arrivare, in coda, ai 47 mila euro della Calabria, passando per i 67 mila dell’Emilia Romagna, i 64 mila di Veneto e Lazio, i 60 mila della Toscana e i 51 mila della Campania.

«Nel commentare questi dati occorre innanzitutto chiedersi che cos’è la produttività. In sostanza riflette la capacità di un’azienda di produrre di più, combinando meglio i vari fattori della produzione attraverso nuove idee e innovazioni tecnologiche, dei processi e dell’organizzazione. Se l’economia italiana è stagnante ormai da diversi anni – già prima della crisi del 2008 e della doppia recessione che ci ha portato via nove punti di Pil – è proprio per la bassa produttività. E dietro ci sono cause diverse e radicate, che impongono di attuare riforme per aumentare la competitività», riflette Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova. «I fattori che spiegano la produttività limitata vanno dagli investimenti in tecnologia e innovazione scarsi (non dimentichiamo che la spesa in ricerca e sviluppo in Italia continua a essere inferiore a quella delle maggiori economie europee, circa l’1,3% del Pil contro una media al 2% per l’Ue) all’inefficienza del settore pubblico, anche a livello locale. Ma ci sono anche gli alti costi di produzione, l’orientamento verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico e per questo anche a basso valore aggiunto, per arrivare alla scarsa meritocrazia e un mercato del lavoro ipertutelato: tutti elementi che frenano la crescita delle imprese e, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, gli stessi salari dei lavoratori. Ma, se i salari sono bassi è anche perché, come già abbiamo avuto modo di affermare, è bassa la produttività: il classico cane che si morde la coda. Ecco perché crediamo che sia arrivato il tempo di stringere un nuovo patto sociale, che ci porti a fare tutti un passo indietro per poi poterne fare uno in avanti tutti assieme. Un impegno legato sì alla tecnologia e agli investimenti, ma anche all’organizzazione del lavoro».

Redazione

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