Senza un’adeguata accelerazione digitale la crescita delle PMI italiane rischia di fermarsi ai margini dell’Europa

Wolters Kluwer

Le piccole e medie imprese italiane mostrano ambizione e voglia di espandersi, ma restano indietro sul fronte della trasformazione digitale rispetto ai competitor europei. La ricerca Future Ready Business presentata giorni fa da Wolters Kluwer evidenzia come tra vincoli di costo, infrastrutture ancora tradizionali e adozione tecnologica frammentata, il rischio sia quello di una perdita progressiva di competitività.

Le PMI italiane rappresentano l’ossatura del sistema produttivo nazionale, ma oggi si trovano di fronte al passaggio critico del dover trasformare l’ambizione in capacità concreta di evoluzione digitale. I dati mostrano chiaramente come esista un divario crescente tra il dinamismo strategico delle PMI italiane e la loro effettiva maturità tecnologica.

Da un lato, le imprese italiane dimostrano una forte propensione alla crescita. Infatti il 35% indica come priorità l’espansione verso nuovi mercati, un dato superiore alla media europea . Dall’altro lato, questa ambizione si scontra con una trasformazione digitale più lenta rispetto ai principali competitor europei, dove negli ultimi anni si è assistito a un rafforzamento sistematico delle basi tecnologiche, parliamo ad esempio di cloud, di cybersecurity, di automazione e data analytics, e a un’accelerazione degli investimenti in intelligenza artificiale.

Il risultato è un paradosso strutturale, in quanto le PMI italiane vogliono crescere, ma faticano ad adottare gli strumenti che rendono la crescita sostenibile e scalabile. Questo ritardo non è neutrale. In un contesto europeo in cui le imprese stanno già evolvendo verso modelli data-driven e altamente automatizzati, l’immobilismo digitale rischia di tradursi in perdita di competitività sistemica.

Le evidenze sono concrete. In Italia persiste una maggiore dipendenza da infrastrutture tradizionali. La ricerca di Wolters Kluwer evidenzia che il 16% delle PMI utilizza ancora sistemi completamente on-premise, il valore più alto in Europa. Parallelamente, l’adozione tecnologica procede spesso per piccoli passi incrementali, anziché attraverso strategie di trasformazione strutturata. Questo approccio limita la capacità di scalare, rallenta l’innovazione di prodotto e riduce la resilienza operativa, esponendo le imprese anche a rischi più elevati sul fronte della sicurezza informatica.

A questo si aggiunge poi un ulteriore elemento critico rappresentato dal costo percepito dell’innovazione. Il 61% delle PMI italiane individua nei costi il principale ostacolo all’adozione tecnologica. Ne deriva un comportamento attendista, in cui la tecnologia viene adottata solo quando il ritorno è certo, mentre nei mercati europei più maturi prevale un approccio proattivo e sperimentale.

Nel medio-lungo periodo, questo gap rischia di produrre effetti rilevanti. Secondo il Future Ready Business le PMI europee più avanzate stanno già investendo in automazione, intelligenza artificiale e integrazione dei dati per migliorare efficienza, marginalità e capacità decisionale. Al contrario, le imprese italiane che ritardano questa transizione rischiano di restare intrappolate in modelli operativi meno efficienti, con maggiore pressione sui costi e minore capacità di competere su scala internazionale.

In sintesi, il tema non è più se digitalizzarsi, ma con quale velocità e profondità farlo. In un ecosistema europeo dove la quantità in media delle PMI è spesso inferiore ma il loro livello di digitalizzazione è più elevato e orientato all’innovazione, il vero rischio per l’Italia è che il peso numerico delle PMI non si traduca più automaticamente in forza competitiva.

Accelerare la trasformazione digitale non è quindi solo un’opzione strategica, ma una condizione necessaria per preservare e rafforzare il ruolo industriale delle PMI italiane nel contesto europeo. L’alternativa è un progressivo scivolamento verso una marginalità competitiva, in cui l’ambizione non riesce a tradursi in crescita reale.