Smart working e telelavoro: un’opportunità da cogliere con responsabilità

 Smart working e telelavoro: un’opportunità da cogliere con responsabilità
Photo by Andrew Neel on Unsplash

Con l’emergenza da Coronavirus l’Italia ha scoperto i lati potenzialmente positivi di una pratica ancora guardata con sospetto, quella del lavoro da remoto. Telelavoro o smart working, a seconda di quali siano le esigenze dell’azienda, si pongono in un contesto di emergenza come una possibilità per le imprese che non vogliono interrompere il flusso produttivo, oltre a dare dimostrazione di grande fiducia ai dipendenti che, a loro volta, devono dare prova di una certa maturità e capacità di autogestirsi.

Secondo le stime dell’Osservatorio Smart Working 2019 del Politecnico di Milano, sono circa 570 mila (+20% rispetto al 2018) i dipendenti che possono godere di flessibilità in termini di orario e luogo disponendo di strumenti digitali. Lo scenario è in continua evoluzione dal 2017, quando venne approvata la Legge sul Lavoro Agile: i numeri da allora sono in costante crescita. Dopo una partenza che ha visto protagoniste le grandi imprese (58%) del nostro Paese, in un secondo momento anche le PMI hanno scelto di abbracciare questa pratica: i progetti strutturati passano dall’8% al 12% e quelli informali dal 16% al 18%.

“Avviare un progetto strutturato riguardante la flessibilità di luogo o di spazio significa anche ripensare gli ambienti lavorativi e la dotazione tecnologica per portare a un radicale cambiamento culturale orientato agli obiettivi – ha spiegato Carlo Caporale, Amministratore Delegato di Wyser Italia – I numeri sono positivi in linea generale, tuttavia l’emergenza Coronavirus ha spinto o costretto molte imprese, anche quelle non pronte a livello culturale o infrastrutturale, ad adottare il lavoro agile nel giro di poche ore. Non fermare la produttività è giusto, ma per approcciarsi allo smart working ci vuole del criterio, anche per tutelare i professionisti stessi che possono patire un gap, se nuovi alla pratica, rispetto ad altri colleghi che lavorano da remoto regolarmente”.

Best practice

“Che sia smart working o telelavoro: lavorare da casa può portare a dei vantaggi indiscutibili in termini di ottimizzazione dei cosiddetti tempi morti, come gli spostamenti casa-ufficio, ma sempre di una giornata di lavoro si tratta”, prosegue Caporale.

Precisione e onestà prima di tutto. Qualsiasi sia il canale di comunicazione prescelto, mail aziendale o servizio di messaggistica istantanea, è doveroso essere sempre reperibili per coordinarsi con i colleghi e avvisare eventuali momenti di lontananza dal pc. Computer che, proprio come in ufficio, deve essere dedicato solo all’attività lavorativa e tenuto alla giusta distanza da terzi, anche quando si tratta di membri della famiglia, per un tema di cybersecurity oltre che di professionalità.

Puntualità e rispetto delle scadenze non devono venire meno: le riunioni possono diventare teleconferenze, che sarebbe bene svolgere in stanze separate da altre persone, senza dimenticare la qualità della connessione internet, che deve essere la migliore possibile per non avere poi ripercussioni sull’esito del

meeting online. A chi coordina il team di lavoro spetta anche l’importante compito di evitare forme di alienazione: giusto prevedere momenti per fare il punto della situazione a metà mattinata e metà pomeriggio.

E non dimenticare che si tratta di una normale giornata di lavoro. Non passarla in toto davanti allo schermo: la pausa caffè, una boccata d’aria, sgranchirsi dopo ore seduti sono pratiche che non vanno affatto trascurate.

Adottare lo smart working richiede una relazione di fiducia tra il datore di lavoro e il dipendente – conclude Carlo Caporale E allo stesso tempo anche responsabilità da parte dello smart worker, non solo dell’azienda che deve adempiere a una serie di obblighi previsti dalla normativa. In questo processo che necessita di una riorganizzazione interna a livello anche culturale e tecnologico, riteniamo fondamentale anche il ruolo del manager. I manager e i middle-manager, con i quali noi ci relazioniamo nella nostra attività di ricerca e selezione, possono contribuire al processo di riorganizzazione interna ma anche in una fase successiva di implementazione e facilitazione del lavoro smart: agevolando un modello organizzativo basato sui risultati, aiutando i collaboratori nel time management e nell’autogestione, dimostrando apertura mentale e capacità di adattamento e rafforzando quindi una cultura di fiducia necessaria per la gestione flessibile”.

Redazione

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