Start up a rischio e con poca liquidità

 Start up a rischio e con poca liquidità

Un  mondo imprenditoriale che potrebbe avere una grande importanza in questa fase di emergenza rischia invece di essere completamente ignorato dalle istituzioni e di precipitare in una crisi con conseguente chiusura di numerose imprese. Parliamo dell’universo delle start up , ossia le aziende di nuova costituzione che, in questi giorni, stanno lanciando un allarme rosso sul fronte della liquidità e degli investimenti necessari per proseguire il cammino imprenditoriale. Il sistema delle start up italiane è una delle più importanti scommesse per la modernizzazione dell’economia e la moltiplicazione delle opportunità per il futuro del paese ed ha la funzione di valorizzare i progetti innovativi,attraverso un rapporto virtuoso  con università e centri di ricerca, per trasformare le idee in produzioni concrete ed arrivare alle grandi aziende. Le persone che sono occupate, tra imprenditori e dipendenti, sono circa 60.000.

Misure adottate fuori luogo per le imprese

Quattro start up su dieci temono fortemente di saltare nelle prossime settimane se il settore non sarà preso in adeguata considerazione. Infatti le misure sinora adottate dal governo per la liquidità delle imprese sono considerate del tutto fuori luogo per il comparto: per i prestiti viene posto un tetto pari al 25% del fatturato e stiamo parlando di aziende che spesso hanno i ricavi iscritti più nei business plan rivolti verso il futuro che nei bilanci degli anni precedenti . Ci sono infatti numerose start up che non hanno o quasi fatturato mentre devono far fronte a costi che normalmente sono pagati attraverso finanziamenti, anch’essi in parte venuti meno in questo contesto.

Scarsa attenzione sul fronte dell’innovazione

Purtroppo in Italia l’innovazione non è mai stata presa in considerazione come una filiera ma come una facility che serve le filiere. Invece è costituita da una serie di soggetti in rete: le start up, le aziende, consolidate, le università, il corporate venture capital. Generalmente i governi intervengono  a supporto delle filiere e anche in questo periodo di emergenza sta avvenendo questo; per l’innovazione invece ci sono interventi spot, non sistemici. In questo momento le imprese legate all’innovazione sono quelle che hanno maggiori probabilità di fornire elementi utili per rispondere alla crisi che stiamo vivendo nel modo più efficace ed abbiamo  numerosi esempi in questa direzione ma sono anche quelle più fragili. In primo luogo però bisogna essere convinti che si esce dalla crisi solo attraverso processi innovativi: se siamo tutti d’accordo su questo allora il passo successivo sarà quello di sostenere tutta la filiera dell’innovazione. Tutti i dati dicono che le imprese che riescono a  stare sul mercato sono quelle che innovano. Ma sembrerebbe che i comitati e le task force creati in questi giorni non siano particolarmente concentrati sul tema dell’innovazione.

All’estero il settore è maggiormente considerato

All’estero la situazione è diversa, per esempio in Francia c’è un’attenzione rilevante nei confronti di questa filiera , ad esempio attraverso il sostegno ad incubatori d’impresa e innovation hub. Purtroppo in Italia incubatori e parchi scientifici e tecnologici non sono quasi presi in considerazione. Occorre quindi maturare una rappresentanza del comparto. Le organizzazioni di categoria tradizionale e i corpi intermedi stanno vivendo da anni una crisi di rappresentanza perché fanno fatica a far comprendere il senso di appartenenza ad associazioni che erogano servizi che sono diventati commodities. La filiera dell’innovazione invece è composta anche da un mondo che si sta affacciando per la prima volta al mercato e che ha un grande bisogno di intermediazione con le istituzioni.

Francesco Megna

Direttore di Filiale (Retail e Corporate) per oltre 20 anni presso diversi Istituti di Credito. Attualmente Responsabile Commerciale di Hub presso Istituto di Credito di grandi dimensioni.

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