Startup, due cattive notizie dall’ecosistema: via libera al monopolio della piattaforma dei Notai per la costituzione online e stop ai 400 milioni di € di fondi Enea Tech

 Startup, due cattive notizie dall’ecosistema: via libera al monopolio della piattaforma dei Notai per la costituzione online e stop ai 400 milioni di € di fondi Enea Tech

Nel giro di una settimana, l’ecosistema dell’innovazione italiano si è ritrovato a dover fare i conti con due pesanti stop ai dialoghi in essere con le istituzioni e le associazioni di professionisti, riguardo ai temi della costituzione online delle startup e dei fondi a disposizione di Enea Tech.
Sul primo tema, i timori di una burocratizzazione del processo di costituzione sono diventati realtà con l’approvazione dello schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva UE 2019/1151 (in discussione in queste settimane nelle Commissioni parlamentari competenti) che ha stabilito che la sola piattaforma del Notariato è delegata allo scopo, di fatto re-introducendo un monopolio ex lege e muovendosi in contrasto al principio base che aveva ispirato la Legge di Delegazione Europea su questa materia.
Nella giornata di ieri, inoltre, l’ennesima giravolta sui fondi di Enea Tech (oggi denominata Enea Tech & Biomedical): i 400 milioni di euro stanziati dal DL Sostegni-bis e volti a garantire una risposta alle startup che avevano partecipato ai bandi nei mesi precedenti sono stati nuovamente ritirati dalle disponibilità della Fondazione.

La piattaforma unica per la costituzione online

Lo scorso agosto è stato approvato, dal Consiglio dei Ministri, lo schema di decreto legislativo per il recepimento della Direttiva UE 2019/1151 volto ad attuare, tra gli altri, l’Art. 29 della legge di delegazione europea connessa alla suddetta Direttiva.
Dopo che l’Art. 29 della legge di delegazione europea aveva indicato come la costituzione online delle s.r.l. e alle s.r.l.s. dovesse avvenire attraverso l’utilizzo di una piattaforma che consentisse la videoconferenza e la sottoscrizione dell’atto con firma elettronica riconosciuta, lo schema di Decreto Legislativo ha previsto che: “l’atto costitutivo delle società a responsabilità limitata e delle società a responsabilità limitata semplificata aventi sede in Italia […] può essere ricevuto dal notaio, per atto pubblico informatico, con la partecipazione in videoconferenza delle parti richiedenti o di alcune di esse. Gli atti di cui al primo periodo sono ricevuti mediante l’utilizzo di una piattaforma telematica predisposta e gestita dal Consiglio nazionale del notariato”.

Questa interpretazione risulta platealmente contraria agli stessi principi di concorrenza della Direttiva stessa, come di recente osservato all’interno dell’attività delle Commissioni riunite Giustizia e Attività produttive della Camera dei Deputati: appare anzitutto forzato l’affidamento diretto, senza procedure a evidenza pubblica e in via esclusiva, della realizzazione e della gestione della piattaforma telematica in oggetto al Consiglio Nazionale del Notariato, tramite Notartel SpA con un rischio di monopolio, in contrasto con la disciplina antitrust europea, e diversi profili critici per quanto attiene la gestione dei dati rispetto alla normativa sulla privacy e alle regole introdotte dal GDPR.

Viene inoltre introdotto un vincolo territoriale che prevede che, per la procedura telematica, possa essere interessato solamente un notaio competente nell’area di residenza o di sede legale di almeno una delle parti, un limite evidente in termini di libertà di concorrenza, specie se riferita a procedure telematiche.

Risulta infine contestabile il vincolo a sfruttare esclusivamente l’atto notarile per la costituzione di nuove società, in quanto la direttiva di riferimento specifica che ci si debba riferire genericamente a un “atto pubblico” e non, specificamente, a un “atto notarile”.

Le perplessità e le proteste provenienti dal mondo dell’innovazione e delle startup non si sono fatte attendere, legate alla prospettiva che la volontà politica fosse proprio quella di lasciare – più o meno velatamente – il monopolio della costituzione in mano ai Notai.

Per questo motivo, come Associazione che rappresenta le startup di oggi e soprattutto di domani, in un Paese che finalmente proprio quest’anno sembra poter raggiungere la soglia del miliardo di euro di finanziamenti totali raccolti dalle nostre imprese innovative, e con il chiaro effetto volano che ne deriverà sui nostri imprenditori, non possiamo più stare a guardare e procederemo in tutte le sedi per ripristinare almeno i 3 punti fondamentali per non fare soffocare l’ecosistema italiano dalla eccessiva burocrazia:

  • Il processo di costituzione dovrebbe essere effettivamente digitalizzato, come avveniva con la procedura telematica introdotta dal MISE nel 2016, e per farlo è fondamentale che possa avvenire tramite diverse soluzioni, anche in concorrenza tra loro, con l’ovvia e necessaria verifica garantita da un “atto pubblico”. Ove ciò non fosse possibile, la piattaforma di registrazione online dovrebbe comunque essere super partes e, quindi, sviluppata da un ente pubblico (ad esempio Unioncamere) che abbia competenze ed esperienza necessarie per gestire un processo di questo tipo;
  • Il compenso dovuto ai professionisti in atto di registrazione di una startup dovrebbe essere calmierato sul livello dei principali Paesi europei, dove le aziende si costituiscono con procedure totalmente telematiche e costi che non superano i 100€. Alcuni studi recenti hanno stimato che, per una giovane realtà italiana, il costo di registrazione oltrepassa abbondantemente i 1.500 euro di solo onorario, senza contare le imposte di registro e la vidimazione dei libri sociali
  • Lo statuto, ove richiesto dalle startup, dovrebbe poter essere standardizzato, dato che le esigenze al momento della costituzione, sono di fatto sempre simili. Questo ridurrebbe le complessità per le startup e i professionisti, semplificando e riducendo gli oneri da sostenere in questa fase.

La semplice costituzione, infatti, non rientra nella fattispecie dove le esigenze aziendali richiedono il necessario supporto delle competenze professionali di un notaio, che rimane il partner primario per questo tipo di operazioni complesse.

Enea Tech, la nuova scomparsa dei fondi

Una ulteriore doccia fredda è arrivata dall’ennesima contraddizione sui fondi destinati ad EneaTech: dopo la confusione dello scorso maggio, dove a valle del Decreto Sostegni Bis, in un primo momento, si era addirittura azzerato l’impianto del fondo, con un cambio di nome e un focus solo sul biomedicale, per poi ripristinarlo con l’aggiunta di ulteriori 400 milioni che avevano portato le disponibilità totali della Fondazione a 900 milioni di euro. Di questi ultimi, nell’ultima versione del Decreto 250 erano riservati alle startup.

Tuttavia, si apprende, oggi, che in un decreto del MiSE datato 17/09/2021 gli ulteriori 400 milioni sono stati ritirati e riportati nelle disponibilità di Invitalia. Tale decisione, appare ancora più grave alla luce delle motivazioni sottese al ritiro dei fondi: “Verificato che, sulla base dell’attuale stato di operatività’ del ‘Fondo per il trasferimento tecnologico’, non risultano, al presente, esigenze di risorse aggiuntive” a dimostrazione di una limitata visione ecosistemica e di valutazioni sommarie che non hanno nemmeno atteso la presentazione del nuovo Piano Industriale della Fondazione le cui attività risultano, allo stato, congelate.

Ancora una volta, con una comunicazione sottotraccia e dai contorni imbarazzanti per la distorsione che traspare nella percezione delle ‘esigenze’ dell’ecosistema, sono stati definitivamente ritirati dalle disponibilità fondi già assegnati e che d’improvviso bloccano in un limbo oltre 1.000 startup e PMI innovative che avevano presentato progetti a seguito delle diverse call for startup lanciate dalla Fondazione fino ad oggi. Una vera e propria beffa in due atti. Con una politica che da una parte si fa bella con annunci roboanti, e dall’altra continua a muoversi per favorire esclusivamente il mantenimento dello status quo, non dobbiamo stupirci se sempre più innovatori italiani decidono di spostare la sede delle proprie startup all’estero, ovvero in ecosistemi che aiutano – e non ostacolano – la crescita dell’imprenditoria.

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