Stress da superlavoro. Datore responsabile se sopravviene l’infarto

 Stress da superlavoro. Datore responsabile se sopravviene l’infarto

 

Con la sentenza n. 9945 dell’8 maggio 2014, la Corte di Cassazione ha stabilito che nel caso di morte del dipendente per infarto da superlavoro il datore di lavoro è responsabile e gli eredi hanno diritto al risarcimento dei danni patrimoniali e morali.

Nella fattispecie in esame, la consulenza tecnica d’ufficio espletata in corso di causa aveva accertato che l’infarto che colpì il dipendente al lavoro era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative.

Il dipendente, per svolgere la propria attività, era costretto, anche se non per sollecitazione diretta, ad adeguare i propri ritmi di lavoro all’esigenza di realizzare lo smaltimento del lavoro nei tempi richiesti dal tipo e dalla quantità degli incarichi affidatigli dalla società per cui lavorava.

Vana ed inutile, dunque, è stata la difesa dell’azienda, secondo cui gli stretti ritmi lavorativi adottati dal dipendente non erano a essa imputabili, ma dipendevano dalla attitudine del dipendente a  lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi.

In particolare, la Corte di Cassazione ha statuito che la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro grava sul datore di lavoro, il quale non può sottrarsi agli addebiti mossigli, adducendo l’assenza di doglianze da parte dei dipendenti.

Aprendo una breve parentesi, è opportuno ricordare che, in generale, il datore di lavoro, in relazione alla natura dell’attività dell’azienda o dell’unità produttiva, deve valutare tutti i rischi per la sicurezza e per la salute dei lavoratori, inclusi quelli che riguardano gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui quelli collegati allo stress lavoro – correlato.

Infatti, tra i rischi che devono essere individuati dal datore di lavoro, la legge dà particolare rilievo a quelli collegati allo stress – lavoro correlato, ossia alla condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale, in cui si trovano alcuni individui che non si sentono in grado di corrispondere alle aspettative riposte in loro. Si tratta di una situazione prolungata di tensione che, pur non essendo una malattia, può di fatto determinare  un cattivo stato di salute. La valutazione dello stress lavoro – correlato deve essere effettuata, rispettando le indicazioni della Commissione consultiva permanente per la salute e la sicurezza sul lavoro, indicazioni che prevedono due fasi: la c.d. valutazione preliminare (necessaria) e la c.d. valutazione approfondita (eventuale).

Nel caso in esame, in buona sostanza la Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro non può sostenere a sua giustificazione di non essere al corrente delle particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte, in quanto deve presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza, in capo all’azienda, delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, come espressione ed attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dall’imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne».

In conclusione, la Suprema Corte ha affermato che «come ribadito anche di recente da questa Corte (Cass. 3.8 2012 n. 13956, nonché Cass. 8.10.2012 n. 17092 e n. 18626 del 2013), la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, quando queste non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art. 2087 cod. civ., la quale impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori (v. fra le altre Cass. n. 6377 e n. 16645 del 2003). Se è vero che l’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva e che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente o delle condizioni di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, è altresì vero che, ove il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze, sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi (cfr., tra le più recenti, Cass. n. 2038 del 2013)».

Clara Frattini
Avvocato
avv.clarafrattini@gmail.com

Clara Frattini

Avvocato, socio AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani). Si occupa di diritto del lavoro e di diritto civile. Docente in Master di alta formazione manageriale. Partecipa come relatrice a convegni e seminari sulle tematiche del diritto del lavoro. Socio fondatore di Labor Network. Responsabile Sezione Lavoro de Il Giornale delle PMI.

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