Sul social network il disagio degli imprenditori

 Sul social network il disagio degli imprenditori

Intervista a Simona Pedrazzini, fondatrice della pagina Facebook “Piccoli imprenditori e i suicidi di Stato”, diventata un punto di riferimento per gli imprenditori che si trovano in difficoltà a causa della crisi.

Simona Pedrazzini è figlia di un ingegnere che ha fondato nel 1986 la SER.GE.M.A., azienda lodigiana che si occupa di progettazione, realizzazione e manutenzione di impianti industriali.

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Nel dicembre del 2011, provata dalla crisi economica che mordeva anche nella sua azienda ed esasperata per l’indifferenza del mondo della politica nei confronti dei problemi degli imprenditori, ha fondato una pagina e un gruppo Facebook: “Piccoli imprenditori e i suicidi di Stato”. Attraverso il social network, Simona Pedrazzini si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un fenomeno che nell’Italia della crisi attuale sta prendendo sempre più piede: il numero impressionante di suicidi di liberi professionisti, piccoli imprenditori, dipendenti di aziende in crisi…

A due giorni dall’ultima iniziativa organizzata attraverso Facebook, la giornata di lutto nazionale per le vittime della crisi svoltasi lo scorso 3 novembre, abbiamo intervistato Simona Pedrazzini.

Com’è nata la sua iniziativa in favore degli imprenditori in difficoltà?
«La pagina Facebook è nata dall’angoscia che ho provato, da piccola imprenditrice, alla notizia dei suicidi di due imprenditori del Nord Est, Tamiozzo e Schiavon. I due eventi luttuosi venivano considerati come meri fatti privati. Io mi sono chiesta se fosse effettivamente così e, siccome stavo vivendo un momento particolarmente difficile in azienda, ho chiesto aiuto tramite il social network più diffuso: Facebook. Condividere i mie problemi mi ha aiutata moltissimo. Mi sono resa conto di non essere sola e che non ero improvvisamente diventata incapace di fare impresa. L’iniziativa è stata di aiuto non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno partecipato e partecipano a questa comunità che conta, tra pagina e gruppo Facebook, circa 4000 persone per le quali sono diventata un punto di riferimento».
Cosa le chiedono i colleghi imprenditori che scrivono su Facebook?
«Spesso mi fanno richieste alle quali non posso dare risposta. Io, più che dare un supporto per non spegnere questa flebile speranza che siamo riusciti ad accendere, posso fare ben poco. Ho tentato con la politica, candidandomi in Fare per fermare il declino, ma si sa com’è andata a finire quell’esperienza».
Ha pensato di mettersi in gioco in prima persona anche perché, secondo lei, il mondo dei media non era sufficientemente sensibile al dramma degli imprenditori?
«Sì. Per molto tempo il problema è stato ignorato. Ma anche oggi, quando pure i riflettori si sono accesi sul dramma degli imprenditori suicidi, la voglia di mettere tutto a tacere non manca, come dimostra la cancellazione dell’iniziativa “Disperati mai” lanciata su Radio 24 da Oscar Giannino e Stefano Barisoni per raccogliere testimonianze di piccoli imprenditori stremati dalla crisi. Recentemente ho rifiutato di partecipare a un paio di trasmissioni televisive alle quali ero stata invitata perché ho l’impressione che dei drammi che vivono gli imprenditori venga fatto spettacolo, mentre non ci viene data l’opportunità di avere un contraddittorio vero con i politici».
Già, la politica. Intuisco dalle sue parole che secondo lei anche quel mondo sia distante dai problemi dei piccoli imprenditori.
«Noi siamo la polvere da nascondere sotto il tappeto. È brutto a dirsi, trattandosi comunque di dolorosi drammi umani, ma da diversi mesi a questa parte si fa un gran parlare sui media dei suicidi di gay vessati da comportamenti omofobi ed è stata anche varata una legge per arginare il problema. Dei 4000 imprenditori suicidatisi dall’inizio della crisi fino a oggi, invece, nessuno parla».
Ritiene che, in generale, nel nostro Paese sia diffuso un sentimento di ostile diffidenza nei confronti degli imprenditori? Spesso, ad esempio, li si accomuna al fenomeno dell’evasione fiscale.
«Fino a poco tempo fa era così. Oggi credo che l’atteggiamento dell’opinione pubblica si sia un po’ modificato. Il fatto di venire considerati evasori, “padroni”, è l’antico retaggio di un certo sindacalismo che ha molto danneggiato la nostra categoria. Le piccole e piccolissime imprese non hanno nessuna tutela e considerano quasi come familiari i propri dipendenti. Per noi – parafrasando Grillo – uno vale uno. Ogni nostro dipendente non è un numero in mezzo a tanti altri. Il capitale umano per noi è importantissimo e lo preserviamo con cura. Ci priviamo dello stipendio per darlo ai nostri dipendenti perché abbiamo bisogno di loro, perché producono reddito per noi, ma anche per loro stessi. Purtroppo oggi assistiamo alla chiusura quotidiana di decine e decine di piccole imprese che costituivano – purtroppo bisogna parlare al passato – il polmone economico della nostra povera Italia».

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Le piccole imprese non hanno niente da rimproverarsi, non sono state colte impreparate dall’avvento della globalizzazione?
«Probabilmente da parte nostra inizialmente c’è stata una sottovalutazione del fenomeno e la incapacità di stimare la portata della crisi che si stava abbattendo su di noi. Questo non basta, però, a spiegare il dramma quotidiano che stiamo vivendo. La mia azienda, ad esempio, lavora per clienti di primaria importanza come Eni e Ansaldo, anche con l’estero. Abbiamo il know how e la preparazione necessari. Malgrado questo riusciamo con enormi difficoltà a proseguire il nostro lavoro, sia per i costi elevatissimi (del personale, delle materie prime) che ci rendono quasi impossibile reggere la concorrenza dei concorrenti esteri, sia per la stretta del credito operata dalle banche. Lavorare aspettando tempi lunghissimi per ricevere i pagamenti di una commessa diventa molto difficile. Nonostante la nostra onestà di contribuenti, così, viviamo nel continuo terrore del Fisco, una spada di Damocle che pende sulla nostra testa e ci impedisce di programmare il futuro».
Quali sono state le iniziative intraprese dalla vostra comunità su Facebook?
«Abbiamo creato un centro d’ascolto che si chiama Aiuto on line, formato da medici e psicologi che su Skype, tutte le sere dalle 21 alle 23, forniscono gratuitamente supporto psicologico agli imprenditori in difficoltà. Abbiamo creato una rete di studi legali che assistono, a prezzi di favore e permettendo di rateizzare i pagamenti, chi ha problemi di usura, anatocismo. Abbiamo appena organizzato una giornata di lutto in ricordo delle vittime della crisi, durante la quale abbiamo chiesto di esporre il Tricolore listato a lutto. Con il gruppo Imprese che resistono, infine, stiamo organizzando una serrata generale per il 27 novembre, in modo che che ci deve ascoltare possa sentire davvero le nostre esigenze».
Avete anche dei suggerimenti da dare al Governo e al Parlamento che proprio in questi giorni stanno discutendo la legge di stabilità?
«Certamente. Chiediamo non un condono (è una parola che non piace a nessuno), ma qualcosa che gli assomigli molto. Si potrebbe pagare il 25% di quanto dovuto al Fisco e chiudere con il passato. In questo modo, noi riusciremmo a pagare il corrente e lo Stato incasserebbe molto di più di quanto sta incassando adesso. Un altro problema da affrontare urgentemente è quello della rateazione fino a un massimo di 120 rate mensili delle somme iscritte a ruolo. La norma non è ancora entrata in vigore, mentre se ne parla da mesi. Se la politica decide una cosa, deve portarla a termine. Il Paese e soprattutto i piccoli imprenditori non possono più aspettare».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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