Svimez: è fuga dal Sud

 Svimez: è fuga dal Sud

Ieri, nella nuova aula dei gruppi parlamentari alla Camera dei deputati, è stato presentato il Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, con il saluto della vice presidente della Camera, Maria Edera Spadoni, l’intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e le conclusioni del ministro per il Sud, Peppe Provenzano.

“Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle diseguaglianze” è questo il titolo scelto per presentare i dati di quest’anno. Un titolo che sintetizza l’analisi che la SVIMEZ ha fatto del doppio divario Nord/Sud e Italia/Europa, della rottura dell’equilibrio demografico, dell’aumento delle diseguaglianze tra cittadini e territorio.

Il 2019 vede il Sud entrare in «recessione», con un Pil stimato in calo dello 0,2%, a fronte del +0,3% del Centro-Nord (+0,2% la media nazionale). Il Rapporto Svimez segnala per il 2020 una «debole ripresa»: con il Mezzogiorno che crescerà non oltre lo 0,2% (a fronte dello 0,6% dell’Italia nel complesso).

Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni.

La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000).

Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati.

“I nuovi temi dell’antica questione meridionale impongono un cambio di prospettiva nell’analisi della stagnazione italiana”. Ha evidenziato, fra le altre cose, il direttore Luca Bianchi nella sua relazione. “Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord. Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese. Il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane. La stagnazione è aggravata dalla “trappola demografica” che riguarda tutto il Paese e, in particolare, il Mezzogiorno. Per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione), il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso. Dobbiamo tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandoci dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarietà che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese”.

Redazione

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