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Terremoti, quanto costano realmente?

L’Italia rientra, in Europa, nell’infelice cerchia dei Paesi maggiormente colpiti da disastri naturali. Si stima che, dal secondo dopoguerra ad oggi, il costo totale delle calamità naturali in Italia si aggiri intorno ai 310 miliardi di euro [1]. I terremoti, nell’infausta classifica degli eventi più dannosi, la fanno da padrona: il conto dei sette maggiori sismi degli ultimi 75 anni ammonta ad oggi a oltre 150 miliardi (ma le stime potrebbero crescere, viste le ferite tutt’altro che rimarginate lasciate negli ultimi anni nell’Italia centrale).

Gli eventi sismici, ça va sans dire, sono eventi d’impatto più che notevole soprattutto per le comunità locali: oltre ai danni immediati legati alla situazione d’emergenza, è il macigno della ricostruzione a gravare maggiormente. A questo si aggiungono i costi indiretti sulle attività economiche: la riduzione dei flussi turistici, la contrazione dei volumi di produzione, la perdita di clienti e fornitori, che possono costituire un mix letale per il tessuto locale di esercizi commerciali, piccole e medie imprese (si pensi a L’Aquila, città fantasma per quasi dieci anni).

I danni diretti dei terremoti dell’Abruzzo (2009) e dell’Emilia (2012) ammontano da soli a quasi 26 miliardi in totale [2]. Tanto o poco? sembrerebbe difficile a dirsi. Si può però confrontare questo numero con le stime Associazione delle Organizzazioni di Ingegneria e di Consulenza Tecnico-Economica (OICE), secondo cui il costo dell’adeguamento antisismico per gli edifici in tutte le zone d’Italia ad alto rischio ammonterebbe a circa 36 miliardi [3]: considerando anche il terremoto di Amatrice del 2016, il conto è già ben più salato solo negli ultimi dieci anni, e la risposta diventa quindi immediata.

Chi paga per i danni causati dai terremoti?

A differenza di altri Paesi europei, come per esempio la Francia, in Italia non esiste uno schema assicurativo obbligatorio per i danni da disastri naturali sugli immobili (ovvero, non sono in genere inclusi nei contratti standard di assicurazione). Per questo motivo solo circa l’1% delle abitazioni private risulta coperto da assicurazione sui terremoti [4].

L’ingente costo graverebbe quindi direttamente su cittadini e singole imprese, se non fosse che lo Stato, negli ultimi 75 anni, ha sempre agito da assicuratore di ultima istanza, erogando in maniera più o meno virtuosa non solo aiuti di tipo emergenziale, ma anche (e soprattutto) fondi per la ricostruzione di immobili privati, aiuti alle imprese che avessero interrotto l’attività, sgravi fiscali e incentivi per nuovi investimenti nelle zone colpite, anche per decenni. Di certo alcuni danni indiretti, reversibili solo parzialmente o solo nel lungo periodo, continuano a gravare sulle popolazioni (e imprese) colpite che devono farsene carico, tuttavia la maggior parte del risarcibile ricade sulle finanze pubbliche.

Il paradosso del reddito

In termini di indicatori economici locali, ci si aspetterebbe un netto calo di attività nelle zone colpite da eventi disastrosi, ma l’evidenza dei fatti può rivelarsi più complessa del previsto: infatti i costi per la ricostruzione, nonché per il ripristino della capacità produttiva, figurano a tutti gli effetti come produzione nei conti delle economie territoriali, contribuendo quindi in modo positivo al saldo totale [5]. Considerando il Pil regionale (o provinciale) si assiste, di fatto, ad un bilanciamento tra calo dell’output e stimolo dato dai trasferimenti pubblici, tanto che le variazioni in corrispondenza di una calamità naturale tendono di solito ad essere poco significative, se non inesistenti.

Per avere spunti interessanti è necessario inquadrare il problema da una prospettiva più ravvicinata: se il Pil comunale non è disponibile in maniera continuativa nel corso degli anni, è possibile invece prendere in esame le informazioni disponibili sulle dichiarazioni dei redditi (IRPEF) fornite dal MEF [6]. Considerando i dati relativi ai comuni di Abruzzo ed Emilia, nei periodi immediatamente precedenti e successivi ai rispettivi eventi sismici, si assiste a un tasso di variazione positivo nell’imponibile totale, significativamente più alto nei comuni colpiti rispetto a quelli non colpiti: di fatto, il reddito aumenta in misura maggiore laddove sia avvenuto un terremoto.

Tenendo conto dell’eterogeneità a livello territoriale è possibile stimare il differenziale nella variazione delle dichiarazioni dei redditi tra comuni colpiti e non, imputabile al verificarsi dell’evento sismico: considerando le province di epicentro, si stima che nei comuni terremotati dell’Aquilano (2009) vi sia stato un tasso di crescita dell’imponibile maggiore dell’8% su un anno, e dell’11.8% su due anni, rispetto ai comuni non colpiti (dove la crescita è stata pressoché nulla). Guardando invece al sisma in Emilia (2012), nei comuni del modenese il differenziale è rispettivamente dell’8.2% e 8.9%, e sale in modo significativo nei comuni parte di distretti industriali (11.2% e 12.8%). Differenziali positivi, ma minori, si osservano anche tra i comuni di tutte le altre province colpite, sia in Abruzzo sia in Emilia, tra l’1.5% e il 6.5% [7].

Il rilevante rimbalzo di breve periodo osservato nei redditi totali a livello locale, all’apparenza paradossale, porta in realtà con sé non molto di positivo: tanto maggiore il capitale danneggiato, tanto più alto il flusso di reddito generato per ricostituirlo.   Questo risulta difatti attribuibile in particolare, e con distacco, ai trasferimenti pubblici per la ricostruzione e il sostegno del tessuto economico: si pensi che di competenza per i soli due anni successivi ai sismi di Abruzzo ed Emilia, sono stati stanziati a Bilancio dello Stato rispettivamente ben 2,3 e 2,2 miliardi di euro (oltre allo stanziamento, un altro elemento rilevante è peraltro costituito dall’effettiva erogazione dei fondi che, ad oggi, ha raggiunto l’87% in Emilia [8] e il 74% in Abruzzo [9], ma solamente il 51.5% se si considerano invece le somme richieste).

Parte della riduzione nelle attività economiche colpite è riassorbita anche da una crescita corrispondente nei volumi delle imprese non danneggiate del medesimo settore, spesso di attigua localizzazione geografica (abbattendo così in parte l’iniziale perdita di output a livello locale): ciò si rende molto evidente nel caso dei distretti industriali, dove si riscontrano differenziali di crescita dei redditi maggiori, come notato sopra.

L’aumento temporaneo dei redditi ha quindi poco di virtuoso: è principalmente lo specchio della magnitudo dei danni, il rovescio della medaglia degli ingenti investimenti (pubblici) necessari per ricostruire lo stock di capitale andato distrutto. La ricchezza totale (pubblica e privata) invece non aumenta affatto, anzi: il conto (salato) alla fine lo paga principalmente lo Stato. Il segno positivo sui redditi nel breve, non è che una parziale illusione: gli effetti sull’economia possono essere valutati in maniera più concreta solo nel lungo periodo.

Di certo, se gli investimenti portassero a un rinnovamento tecnologico, un’aumentata efficienza, o attraessero nuovi investimenti evitando invece le delocalizzazioni, potrebbero anche esservi reali benefici relativi per i sistemi economici locali (al netto comunque dei danni), ma questa è un’altra storia. Nel breve, investimenti in materia antisismica, se strutturati in maniera ponderata e sistematica, sarebbero senz’altro più efficaci quanto a costi e benefici, e potrebbero invece rovesciare le dinamiche attuali: meno aumenti temporanei nei redditi, ovvero meno costi, e meno consumo di ricchezza dello Stato, e quindi dei cittadini.

Fonte: Prometeia, Market Insights Outlook

[1] Nota di lavoro “Natural disasters in Italy: evolution and economic impact” (2019)
[2] Ufficio Valutazione Impatto, Senato della Repubblica
[3] Il Sole 24 Ore
[4] SwissRe
[5] Lorenzo Codogno, LUISS
[6] MEF, Dipartimento delle Finanze
[7] Nota di lavoro “Natural disasters in Italy: evolution and economic impact” (2019)
[8] Open Ricostruzione Emilia
[9] Open Data Ricostruzione Abruzzo  
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Stefania Tomasini

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