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Tiraboschi: «Io e Ichino due mosche bianche nel panorama dottrinale italiano fermo alla conservazione dell’esistente»

Lo scorso novembre, Pietro Ichino e Michele Tiraboschi, due giuslavoristi di diverso orientamento politico, hanno rivolto un invito congiunto a tutti i cultori della materia a cooperare per l’individuazione delle soluzioni migliori per rendere più snella e leggibile la legislazione sul lavoro. Al professor Tiraboschi abbiamo chiesto di spiegarci le finalità dell’iniziativa, portata avanti dai gruppi di ricerca che fanno capo a entrambi gli studiosi e, segnatamente, con i dottorandi e i ricercatori della Scuola di alta formazione di ADAPT.

Ci può spiegare il senso e l’obiettivo dell’iniziativa sua e del professor Ichino?
«L’obiettivo è presto detto: mettere a disposizione una esperienza e competenza tecnica maturata nell’arco degli ultimi venti anni a servizio di un progetto facile da annunciare a livello politico quanto ancora privo di sbocchi operativi: quello della semplificazione del quadro regolatorio dei rapporti di lavoro. Si tratta di prendere atto che le attuali leggi del lavoro sono pensate per una vecchia economia e che per questo non aiutano il nostro Paese a competere a livello internazionale. Il paradosso è che l’istinto di conservazione ancora prevale sebbene queste regole non piacciano più a nessuno».

Ritiene che nel quadro politico italiano, così come si è venuto a delineare negli ultimi giorni, sarà più facile avviare e portare a termine il processo di semplificazione delle regole sul lavoro?
«Difficile fare previsioni. A me pare tuttavia che il quadro politico si sia invero complicato. Da un lato il presidente del Consiglio che annuncia l’intenzione di varare una legge sulla partecipazione dei lavoratori. Dall’altro lato il segretario del PD che flirta con Landini e annuncia una legge sulla rappresentanza sindacale. Si tratta di due visioni contrapposte del mondo del lavoro che non potranno non incidere sul progetto di semplificazione. Alla visione sussidiaria e cooperativa di Enrico Letta, sostenuta da Cisl e Uil, si contrappone infatti una visione statalista delle relazioni di lavoro promossa sorprendentemente da Matteo Renzi dove la semplificazione significa selezionare se non eliminare i corpi intermedi tra Stato e cittadino assegnando al sindacato una funzione parastatale basata sul concetto, invero antiquato, di rappresentanza legale della classe dei lavoratori».

Dopo la lunga crisi nella quale ancora ci dibattiamo, siamo finalmente pronti a cambiare quello che lei ha definito il «contesto culturale di conservazione del nostro sistema di relazioni industriali»?
«La domanda andrebbe fatta ai protagonisti del sistema di relazioni industriali! Vedo una forte frammentazione della rappresentanza datoriale di cui nessuno parla e che tuttavia sta profondamente cambiando senza una chiara direzione di marcia. E vedo una estrema difficoltà del sindacato ritenuto inutile non solo dai movimenti alla Beppe Grillo ma ora anche da Matteo Renzi anche se l’uscita sulla legge sindacale pare alquanto contraddittoria».

Quali sono state finora le reazioni alla vostra proposta da parte del mondo politico, imprenditoriale, del mondo del lavoro? Cosa è emerso di interessante?
«Tutti parlano della semplificazione ma nessuno sa da che parte iniziare. L’idea che due tecnici con storie così diverse abbiano deciso di collaborare aggregando in poche settimane quasi trecento operatori, esperti, cultori e uomini di azienda non può che essere vista con favore».

Lei e il professor Ichino in passato siete stati promotori di proposte anche radicalmente contrapposte di semplificazione delle regole sul lavoro. Su cosa pensa che potrete arrivare a una sintesi comune? E quali sono i punti di condivisione e quelli, invece, che vi vedono più distanti? A dividervi è stata anche la proposta avanzata da Matteo Renzi di ridurre a soli 60-70 gli articoli del codice del lavoro. Come si può evitare il rischio – da lei paventato – di ridurre la “semplificazione” a “banalizzazione”?
«Entrambi crediamo nella modernizzazione del diritto del lavoro. Due mosche bianche nel panorama dottrinale italiano ancora fermo alla conservazione dell’esistente. Già questo non è poco. Inoltre crediamo nella necessità di costruire moderne tutele non solo nel contratto di lavoro ma prima ancora nel mercato del lavoro: nuovi ammortizzatori, formazione vera e utile a imprese e persone, efficienti servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro a prescindere dal fatto che siano pubblici o privati. Certo, si tratta anche di superare una distanza che ancora ci separa. Per Ichino è operazione agevole ricondurre tutto il diritto del lavoro in 60 articoli di legge. Per me non è questione di quantità di norme quanto della loro natura visto che credo imprescindibile il ruolo della contrattazione collettiva e del dialogo sociale. Questo significa non tanto meno norme quanto norme migliori costruite nell’ambito del sistema di relazioni industriali con arretramento della legge dello Stato e della magistratura».

Clara Frattini
Avvocato
avv.clarafrattini@gmail.com
Clara Frattini

Clara Frattini

Avvocato, socio AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani). Si occupa di diritto del lavoro e di diritto civile. Docente in Master di alta formazione manageriale. Partecipa come relatrice a convegni e seminari sulle tematiche del diritto del lavoro. Socio fondatore di Labor Network. Responsabile Sezione Lavoro de Il Giornale delle PMI.

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