Treu: «Renzi ha ragione. Occorre semplificare le norme e investire sui settori che possono dare lavoro e ricchezza al Paese»

 Treu: «Renzi ha ragione. Occorre semplificare le norme e investire sui settori che possono dare lavoro e ricchezza al Paese»

L’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu

Lo scorso 8 gennaio, Matteo Renzi, segretario del Partito democratico, ha illustrato la bozza del Jobs Act, il piano che dovrà rivoluzionare il mondo del lavoro e rilanciare l’occupazione, soprattutto giovanile.
Descritto dallo stesso Renzi come un “documento aperto”, il Jobs Act ha suscitato un ampio dibattito nel quale si inserisce anche Il giornale delle pmi. Nell’intervista che segue scoprirete cosa pensa della proposta renziana l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu. Il prossimo protagonista del nostro dibattito sarà Emmanuele Massagli, presidente di Adapt.

L'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu
L’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu

Quali sono, secondo lei, gli spunti più innovativi contenuti nel Jobs Act di Matteo Renzi?
«Ci sono vari spunti, ancora tutti da precisare. Sicuramente la riduzione delle varie forme contrattuali per procedere verso un contratto unico di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti è una proposta relativamente nuova da parte di un leader politico. È un fatto abbastanza rilevante anche che si pensi di intervenire per legge sulla rappresentanza sindacale. È una proposta già avanzata da altri, ma detta dal leader del Pd rappresenta una novità di rilievo. Anche le proposte relative agli ammortizzatori sindacali erano già presenti nel dibattito politico, ma averle fatte proprie è un segnale importante. Infine, la creazione di un’Agenzia unica federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali è un’ipotesi che già circolava, ma è significativo che Renzi l’abbia fatta sua. Si tratta ora di vedere come questi spunti verranno sviluppati».

C’è una proposta, tra quelle avanzate da Renzi, che le sembra più problematica?
«Forse l’aspetto più problematico è quello del contratto unico. Se si tratta di semplificare i vari tipi di contratto, allora può essere una proposta interessante, altrimenti rischia di essere piuttosto controversa. Bisognerà approfondire questo aspetto».

Alcune delle proposte renziane, segnatamente quelle relative alle misure per sostenere il reddito di lavoratori che hanno perso il posto, sono state considerate eccessivamente costose.
«Non c’è dubbio che, se si affronta la questione degli ammortizzatori sociali, è inevitabile imbattersi nel problema dei costi. Già nel 1998, quando facevamo le prime ipotesi sugli ammortizzatori, si era presentato il problema della sostenibilità di tali misure. Bisognerà introdurre gli ammortizzatori con gradualità, magari in un arco temporale di tre anni, individuando dove reperire le risorse».

Renzi non ha puntato troppo sul contratto a tempo indeterminato?
«Quello a tempo indeterminato deve essere sempre il contratto prevalente. È così in tutta Europa. Lo si può rendere flessibile. Renzi non è contrario alla flessibilità, ma ci sono tanti tipi di flessibilità che si possono introdurre anche nel contratto a tempo indeterminato».

Apprezza il fatto che nel Jobs Act siano stati indicati i settori che possono assicurare la creazione di nuovi posti di lavoro?
«Certo. Anzi, aver messo al primo posto la proposta di scrivere un piano industriale specifico per sette settori sottolinea un aspetto che tutti dovrebbero conoscere: la prima cosa da fare per sostenere l’occupazione è puntare sullo sviluppo nei settori che hanno reali potenzialità di crescita. Le regole e le leggi possono essere utili, ma non sono decisive. È essenziale, invece, realizzare politiche industriali in quei settori che possono effettivamente garantire una crescita occupazionale. Ci vogliono interventi di sostegno alla crescita nei settori che possono dare lavoro e ricchezza al Paese. Servono investimenti, innovazione. Questo riguarda tutti e in particolare le piccole imprese, quelle che creano più lavoro. Insistere a legiferare non aiuta. Uno degli aspetti positivi della proposta renziana, anzi, è proprio la semplificazione legislativa (che vuol dire ridurre le leggi esistenti). Sarebbe particolarmente importante limitare gli adempimenti, le procedure, il fardello della burocrazia che pesa sulle imprese, soprattutto sulle piccole».

Nella bozza del Jobs Act Renzi non cita mai l’articolo 18.
«Renzi ha sempre detto che l’articolo 18 non è un problema, ma rischia di essere un equivoco. Secondo il segretario del Pd abbiamo già passato anni a litigare su questo punto che non è decisivo. Per questo, coerentemente, non ne parla nel suo Jobs Act».

Ritiene che il Governo avrebbe potuto dimostrare maggiore dinamismo nel prendere misure capaci di rilanciare sviluppo e occupazione?
«L’Esecutivo si è dovuto impegnare molto per rispettare i limiti imposti dall’Ue e tenere sotto controllo la finanza pubblica, per non vanificare i sacrifici fatti negli anni passati. Adesso – l’ha detto anche il premier Letta – bisogna attuare le misure che producono crescita. Mi auguro che si proceda rapidamente. Qualcosa è stato già fatto, ad esempio una prima riduzione del cuneo fiscale. Non dimentichiamo, poi, che sono stati restituiti alle imprese più di un miliardo di euro di premi Inail, alleviando parzialmente il problema del costo del lavoro. Certamente bisogna fare di più».

Se in Italia fossero in vigore le norme del Jobs Act, pensa che l’Electrolux sarebbe meno tentata di trasferire la produzione in Polonia?
«Non possiamo saperlo perché le norme contenute nel Jobs Act sono ancora troppo poco specifiche. Quello dell’Electrolux è un problema comune a molte altre zone del Paese. Per anni non si è investito abbastanza sull’innovazione, su nuovi prodotti, sulla produttività. Poi, certo, se si fosse fatto di più per ridurre il cuneo fiscale, ciò avrebbe inciso positivamente anche su casi come quello dell’Electrolux. Ancora una volta, però, la cosa principale è puntare sui settori del futuro e sulla competitività di quelli maturi. Non dimentichiamo che in Germania si producono elettrodomestici in competizione con la Polonia perché in quel Paese si è investito di più e meglio e c’è un minor peso fiscale sul costo del lavoro. È questa la strada da seguire».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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