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Trump e la leadership

«Non voglio più chiedere scusa se sulla testa porto questa specie di medusa». Era il 1997 quando il cantautore romano Niccolò Fabi si rivelò sul palco di Sanremo con un brano che grondava d’orgoglio per il suo nido di riccioli ribelli. E nel testo, firmato dall’attrice Cecilia Dazzi, il refrain partiva con “Vivo sempre insieme ai miei capelli”.

Sorprendente o meno che sia, il mensile britannico Management Today (il magazine che vanta forse la maggiore diffusione al mondo fra i top manager) ha indicato nei capelli che vaporosamente gli lievitano sulla testa una spia dello stile di leadership che caratterizza Donald Trump. Lui con quella pettinatura ci vive insieme da trent’anni.

La capigliatura di Trump non è soltanto da oggi oggetto di discussione. Sul tema si sono sbizzarriti tricologi e comici. Si è sviluppato perfino una sorta di merchandising, con gadget di vario tipo fra i quali candele profumate su cui spunta un ciuffo color pannocchia. Adam Gale, web editor di Management Today, ha scritto che Trump si rifiuta di modificare la foggia della sua chioma soltanto perché appare cosi strana da somigliare a una scopa ed è un facile bersaglio della satira.

Proprio questa sua indifferenza ai commenti altrui, che sfiora lo sprezzo del cosiddetto senso del ridicolo, è il sintomo tangibile della grande fiducia che Trump nutre in se stesso. E del suo ego. Nel suo primo libro L’arte degli affari, datato 1987, sostenne che la chiave vera del promuoversi è la spavalderia. Uno dei suoi libri arrivati in Italia è intitolato Pensa in grande e manda tutti al diavolo. Il titolo originale conteneva un’espressione ancora più forte e, se vogliamo, volgare: kick ass. Ovvero, dai dei calci nel sedere.

Un guru come Peter Drucker, con estremo dono della sintesi, ha definito un leader “colui che ha dei seguaci”. Trump ne ha accumulati un numero tale da conquistare la Casa Bianca e non è un caso che ora non solo i politologi ma anche gli esperti di management stiano mettendo sotto la lente di ingrandimento i canoni della sua leadership. Perché Trump lo si può legittimamente odiare, come spiccava sui cartelli sventolati dalle decine di migliaia di manifestanti che sono scesi nelle strade dopo la sua elezione, ma non si può negare che abbia proposto uno schema di leadership – magari non assumibile come modello che contiene tratti efficaci.

Sull’autorevolissima rivista economica Forbes, a fine ottobre 2015 e cioè un anno prima del voto, lo stile di leadership di Trump era stato giudicato estremamente deficitario. In particolare gli si imputava una incapacità di ascolto (nei dibattiti spesso interrompe o parla sopra agli avversari) e una incapacità ad ammettere i suoi errori (reagisce stizzosamente di fronte ad eventuali rilievi sulla sua condotta o sul suo operato). Un giudizio che equivaleva ad una bocciatura. Col passare dei mesi gli osservatori si sono fatti più attenti ed hanno riconosciuto in Trump uno stile ispirazionale al quale Hillary Clinton contrapponeva uno stile collaborativo. Significativi a questo proposito anche gli slogan: “Rifacciamo grande l’America” quello di Trump, “Più forti insieme” quello della Clinton.

La diversità di stili si è espressa anche nella conduzione dei team che hanno accompagnato i due candidati alla presidenza nella campagna elettorale. La Clinton ha puntato sulla coesione e sulla dedizione alla causa, Trump ha scelto le persone del suo staff sulla base dei risultati che avevano alle spalle lasciando loro libertà d’azione ma essendo sempre pronto a rimpiazzarli se i risultati attesi venivano a mancare. Non si è fatto scrupoli a silurare prima Corey Lewandowski e poi Paul Manafort da responsabili della campagna elettorale per affidarsi a meno di tre mesi dal voto a Kellyanne Conway, la mamma di quattro figli che ha miracolosamente raddrizzato una baracca che stava facendo acqua. Trump nel scegliere la Conway non si è fatto condizionare né dalla circostanza che durante le primarie stava dalla parte di Ted Cruz né dalle posizioni che aveva a suo tempo manifestato sulla questione immigrazione, niente affatto coincidenti con le sue. Quello che gli importava erano i risultati che la Conway era in grado di ottenere.

Enorme poi la differenza degli stili comunicativi: più diplomatico e controllato quello della Clinton, senza peli sulla lingua e arrogante quello di Trump. Non è un caso, come ha rilevato qualche analista, che in termini di stress a pagare il conto meno salato sia stato Trump che non si è mai represso e si è abbondantemente sfogato. Il famoso malore che colse Hillary Clinton a Ground Zero per molti ne è stato il segno evidente.

Indipendentemente dal fatto che Trump possa essere o meno un personaggio indigesto, in queste settimane gli esperti ne stanno riconsiderando lo stile di leadership alla luce del suo imprevisto successo. E più d’uno sta traendo la conclusione che non è tutto da buttare e che qualcosa da imparare davvero c’è. Potremmo sintetizzarlo con un’espressione inglese: goal setting. E cioè visione chiara dell’obiettivo e dei passi necessari per realizzarlo, fiuto nello scegliere le persone idonee per coronare l’impresa, notevole capacità di ispirarle e motivarle ma anche estremo rigore nel valutarne le prestazioni e se non sono pari alle attese pochi riguardi nel sostituirle. Forse non è il ritratto del capo per il quale vorremmo lavorare. O forse sì?

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Ugo Ravaioli

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