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Valvason (A.P.I.): «Per aiutare le PMI a ripartire ci vogliono più risorse economiche. Il “Cura Italia” non è sufficiente»

Foto: © Antonio Righetti/adhoc media

L’emergenza sanitaria, che in questi giorni obbliga gli italiani ad autoisolarsi nelle proprie abitazioni, sta mettendo a durissima prova le nostre piccole e medie imprese, in buona parte costrette a interrompere le attività.

Di questo difficile momento e di come uscirne abbiamo parlato con Stefano Valvason (nella foto sopra). Nella sua veste di Direttore generale di A.P.I., associazione che conta a oggi 1.982 industrie associate con oltre 38.000 addetti, Valvason è da settimane “in trincea” per supportare le imprese nel fronteggiare l’emergenza causata dal Coronavirus. A.P.I. giornalmente fornisce ai propri associati approfondimenti normativi ed eroga servizi tecnici specifici sulle diverse esigenze delle aziende. A.P.I., inoltre, rappresenta ai tavoli istituzionali le PMI per far sentire la voce del reale tessuto produttivo del Paese.

Direttore, ritiene che le misure via via più restrittive prese per arginare l’emergenza Covid-19, culminate con il DPCM del 22 marzo e di nuovo aggiornate il 25 marzo, siano sufficienti per arginare i rischi di contagio e, soprattutto, sostenibili da parte del nostro sistema delle imprese (in particolare le PMI)?

«Siamo tutti concordi sul fatto che la priorità va data alla salute dei cittadini. Ma proprio per salvaguardare le persone, bisogna salvaguardare anche le PMI. Quelle stesse che, per anni, hanno garantito occupazione e tenuta sociale, quelle stesse che ora sono in prima linea nel lavorare alacremente per fornire prodotti alle strutture ospedaliere, per sostentare la popolazione, per trasportare generi di prima necessità, per sanificare gli ambienti.

Le misure restrittive attuate dal Governo stanno però mettendo, ancora una volta, a dura prova la manifattura italiana e, a cascata, tutta la filiera collegata.

Senza contare che i continui cambiamenti, la stratificazione di norme e le variazioni a quanto già deliberato e a cui le imprese si erano attenute – comprese le chiusure e/o aperture – genera confusione e instabilità.

Le chiusure, la mancanza di materie prime, l’assenza dei dipendenti, la riduzione degli orari di lavoro stanno facendo “ammalare” anche l’industria, ferma da tempo allo “zero virgola”, che già soffriva per la poca vision imprenditoriale delle istituzioni.

Le cito solo pochi dati, che, sottolineo, sono ancora i “primi”.

Un mese fa l’Ufficio Studi di A.P.I., attraverso un sondaggio, ha ben fotografato il sentiment delle PMI: il 74% delle imprese importatrici ha subito ritardi o mancate consegne di materie prime o semilavorati. Una situazione che, a sua volta, ha generato ritardi nelle consegne ai propri clienti per il 50%. Inoltre, un altro 29% ha visto annullare delle commesse importanti con ovvie ripercussioni sul fatturato, con perdite stimate fino all’8%, per circa il 26% delle aziende intervistate.

E questi sono dati risalenti appunto a un mese fa; infatti, i primi effetti a livello economico si erano manifestati già da gennaio, dall’origine dell’infezione in Cina. Vedremo la quantificazione dei nuovi danni a breve».

Come giudica le nuove misure contenute nel Maxi Decreto “Cura Italia” appena varato dal Governo a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese per contrastare gli effetti dell’emergenza Covid-19 sull’economia? Quali dovrebbero essere le prossime, inevitabili misure, peraltro già previste dallo stesso presidente del Consiglio? Ritiene che le risorse stanziate dal Governo (25 miliardi di Euro) siano sufficienti?

«Le misure e le risorse, previste dal “Cura Italia”, messe in campo a sostegno delle famiglie, dei lavoratori e delle aziende, non sono già più sufficienti.

I 25 miliardi stanziati, infatti, non basteranno per contrastare il devastante impatto economico che, l’emergenza Coronavirus avrà sulle piccole e medie imprese impegnate, ora più che mai, con tutte le loro forze, nella tenuta dell’azienda e a cercare di contenere i danni. Si parla di altri 25 miliardi, ma se i provvedimenti restrittivi si prolungassero fino all’estate sarebbero briciole. Poi dovremo contare le aziende chiuse per sempre.

Le imprese aperte e attive sono quelle delle filiere essenziali. Per questo è necessario distinguere all’interno della base associativa di A.P.I., composta da oltre 2.000 PMI associate. I settori alimentare e logistica sono attivi, mentre oltre l’80% delle imprese meccaniche – che costituiscono il 33% della base associativa – è chiusa.

Oltre 315 imprese associate, per esempio, hanno già fatto richiesta di ammortizzatori sociali per quasi 7.000 dipendenti e siamo solo al 26 Marzo. Tantissime sono, infatti, le aziende chiuse sino al 03 aprile o che stanno riducendo gli orari di lavoro o che hanno sospeso completamente l’attività per mancanza di ordini o di materie prime, per carenza di personale, o perché non si trovano nel mercato i DPI adatti a garantire la tutela dei dipendenti.

Le imprese avevano chiesto al Governo e alle Autorità competenti di valutare attentamente le attività per cui stabilire le chiusure e di non fermarsi al solo utilizzo dei codici ATECO, che non rispecchiano le realtà operative. E invece, si è creata molta confusione. Come abbiamo visto.

Gli imprenditori hanno al primo posto la tutela della salute dei dipendenti, ma è necessario rendersi conto che le attività essenziali non possono operare se si bloccano i loro fornitori.

All’incontro tra Governo e organizzazioni sindacali, che ha portato alle modifiche dei codici ATECO, avrebbero dovuto partecipare anche le Confederazioni datoriali. Bisogna capire e conoscere la filiera produttiva a monte e a valle per fare scelte ponderate. Per evitare danni irreparabili.

Cosa fare ora? Paolo Galassi, presidente di A.P.I., lo ha ribadito in più occasioni: serve un piano Marshall per il mondo produttivo. Serve una politica industriale.

Quanti soldi? È ancora impossibile fare previsioni; non sapendo quanto ancora durerà questa pandemia, il nostro auspicio è che non ci si fermi a dare sostegno ai settori più colpiti, ma che il tavolo d’emergenza evolva in un confronto permanente per sviluppare un piano di rilancio economico del Paese negli anni a venire.

Da parte nostra, c’è la promessa che continueremo a tenere alta l’attenzione sulle necessità degli associati e a fungere da portavoce, verso le Istituzioni, delle loro richieste».

A.P.I. in questi giorni sarà impegnata a rispondere alle esigenze degli associati. Quali sono le richieste più comuni e le problematiche avvertite con maggiore urgenza da parte delle aziende associate?

«Come Associazione, siamo stati vicino alle imprese e le abbiamo informate tempestivamente e puntualmente via via che la situazione evolveva, le abbiamo affiancate nella comprensione di come inquadrare la propria impresa nella lista dei codici ATECO e nel valutare la tipologia di commesse in lavorazione. Abbiamo ricevuto moltissimi apprezzamenti per la vicinanza e l’attenzione che stiamo dimostrando di ora in ora. Sono contento degli attestati di stima, A.P.I. esiste dal 1946 proprio per tutelare e rappresentare le PMI.

Tra le domande più frequenti ci sono state quelle legate alla sospensione delle attività, il pagamento dei tributi, il trasporto delle merci, gli spostamenti dei dipendenti; come proseguire le forniture con i clienti esteri, infatti, alcuni Stati hanno vietato gli ingressi.

Una domanda su tutte è principe, come posso tutelare la salute dei miei dipendenti, quindi dove reperire i DPI certificati e adatti alla mia attività di impresa e come attivare delle polizze assicurative che possano garantirli ulteriormente.

Come abbiamo visto dai numeri che vi ho dato prima, anche la richiesta su come accedere agli ammortizzatori sociali è in cima alla lista. Purtroppo, se le imprese non lavorano, non ci sono incassi e questo genera una mancanza di liquidità per far fronte ai costi.

Non ultimo, abbiamo fatto networking, anche in questa difficile emergenza. Molte PMI si sono trovate in difficoltà nel far fronte a diverse esigenze come la necessità di reperire mascherine, guanti in lattice, disinfettanti o supporto per smart working, etc. Nei limiti delle disponibilità, siamo riusciti a metterle in contatto l’una con l’altra.

Poi ci sono dei casi particolari, come le imprese innovative che possono stampare in 3D anche valvole o organi utili per gli ospedali e i chirurghi. O imprese che stanno riconvertendo la produzione per far fronte alla necessità di DPI, con conseguenti investimenti ed esigenze sulla comprensione delle norme e la giusta attuazione.

Non basta dire “chiudiamo le aziende”, si devono valutare le conseguenze. Il mondo manifatturiero è variegato, fatto da imprenditori responsabili e proattivi.

A.P.I. è una “fabbrica” di progetti ma anche e soprattutto di soluzioni. Che abbiamo attivato immediatamente nel momento del bisogno».

Una volta superata l’emergenza, il Paese e il suo sistema delle imprese dovranno ripartire. Quali misure si augura vengano adottate per far sì che la ripresa sia veloce e vigorosa?

«Bisogna lavorare ora per ripartire e arrivare alla definizione immediata di un piano di interventi concreti ed efficaci. Non si può più attendere, servono le risorse economiche. Le piccole e medie industrie hanno bisogno di liquidità, di poter accedere al credito, di vedere sbloccate le opere per la realizzazione delle infrastrutture, italiane ed europee, di poter contare su una riduzione della tassazione, sulla sburocratizzazione e sulla fruizione dei nuovi ammortizzatori sociali e, non ultimo, di sentirsi guidate in questo grande momento di confusione.

Chiediamo da anni una politica industriale e di contare di più nella UE, ora più che mai è improcrastinabile. Basta liti e campanilismi; bisogna guardare alla concretezza».

E come dovrebbero attrezzarsi le imprese per farsi trovare preparate quando l’emergenza sarà finita?

«Le imprese vogliono solo poter continuare a fare il loro lavoro. Sicuramente è possibile migliorare alcuni aspetti, in ottica digital transformation per esempio, ma anche ripensando alla supply chain o realizzando un piano di mitigazione dei rischi per mantenere la competitività in situazioni di emergenza».

Ritiene che questa emergenza lascerà anche “eredità” positive che ci aiuteranno ad affrontare meglio il lavoro (penso allo smart working) e le varie attività produttive?

«Le PMI, grazie alla loro struttura più flessibile, hanno saputo riorganizzarsi velocemente, dimostrando oggi più che mai resilienza e spirito di iniziativa. Ma anche cuore andando incontro alle esigenze personali dei dipendenti, soprattutto dei genitori divisi tra i figli a casa da scuola e le esigenze lavorative.

Penso a tante associate che hanno attivato lo smart working, ma non solo. In questo momento si è compresa, per esempio, l’importanza del digital manufacturing, di essere più 4.0. L’emergenza sta dando una spinta ai nuovi modelli di business e all’opportunità di sviluppo delle soluzioni applicative.

In momenti come questi, risaltano i rapporti umani e tanti imprenditori e dipendenti si sono attivati, per esempio, con le donazioni per sostenere gli ospedali in prima linea contro il COVID-19».

Ritiene che il sistema-Paese ce la farà a superare anche questa prova? E a che prezzo?

«Stiamo uniti. Insieme troviamo soluzioni e agiamo compatti per la tutela della salute dei cittadini, ma anche per la salvaguardia del sistema manifatturiero. L’importante è che il Governo ascolti le associazioni di categoria, quelle che rappresentano veramente le istanze dell’economia reale».

Dario Vascellaro

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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